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Natale

occhi nuovi


Chissà perché quando si parla di Natale si parte sempre dall'infanzia. Sarà che si sente la mancanza dell'ingenuità di quando si era bambini, quell'idea del "tutto possibile" che con gli anni si è sbiadita a poco a poco. 

Ricordo chiaramente quell'emozione mischiata a paura al suono dei campanellini sull'androne delle scale della nonna, la pesantezza dei sacchi pieni di regali da trascinare in casa, quelle scarpe da ginnastica fluorescenti addosso a Babbo Natale che, anche ai  miei occhi ingenui, risultavano stonate. 
Ma la cosa più meravigliosa del mio modo di essere bambina, era la volontà di far finta di non vedere ... in quella notte tutto era magico, a partire dalla quantità di regali che tappezzavano il pavimento fino a ricoprire metà della superficie della sala da pranzo. 
Non avrei permesso a nessuno di disilludermi. 


E invece inevitabilmente qualcosa è accaduto. Le scarpe fluorescenti non potevano più passare inosservate, come anche quella voce troppo familiare uscire dalla barba di Babbo Natale, tutti quei regali da fare per ognuno dei venticinque membri della famiglia cominciavano a diventare un vero tormento. 
I miei occhi si accorgevano della stanchezza della nonna, la confusione della tombola, quella fretta addosso al nonno di liberare la camera dalla carta da pacchi per andare e riposare, l'impazienza per l'arrivo della mezzanotte. Qualcosa era cambiato, o forse ci vedevo solo meglio. 

Non sopportavo il mio sguardo disincantato. 

Mi sono chiesta se crescere potesse significare proprio questo. 

Poi  cammini e la vita ti trasforma. Non credete a chi vi dice che non si cambia. Sono gli occhi che cambiano.

Una persona importante mi ha insegnato che l'essenza della nostra esistenza sta negli sguardi che incroci e nel concedersi la scelta di condividere. E all'inizio ti sembrano solo parole, ma poi vivi, ne capisci il significato e ti rendi conto che non c'è altro che conta.

Così... fare un regalo significa prendersi il tempo di pensare a chi lo riceverà, dedicargli anche solo per qualche minuto, pensare a cosa vi tiene vicini, a cosa può farlo sorridere. 

Cucinare per un esercito di ventisei persone significa passare un'intera giornata tra le donne della famiglia, a ridere come bambine, a riscoprirci buffe, a ritrovarci simili. 

Cenare con tutta la famiglia attorno, non uno di meno,  apre gli occhi su quanto sia insostituibile questo momento per ognuno di noi. 

Abituare i timpani ai decibel raggiunti nel momento della tombola diventa un invito a permettermi di urlare un po' anche io, e chi se ne frega.

Guardarmi attorno e accorgermi che ognuno a modo suo rende incredibilmente unica questa famiglia:

a partire dai posti assegnati ogni anno con grande attenzione, che poi si rivelano quelli di sempre; la nonna sempre in cucina tutta trafelata e scapigliata che ogni tanto qualcuno si premura di andare a pettinare; il nonno da vestire di rosso, con barba cappello e tanto di occhiali da sole ( perché se no ormai si riconosce); la messa in scena del suo arrivo in cui la tattica è quella di creare un gran casino per confondere le idee e di non lasciare mai che apra bocca; le new-entry un po' spaesate perché il primo impatto, lo ammetto, è forte per tutti, ma basta qualche minuto per sentirsi uno di noi;

le cose di sempre, la confusione, i bambini che gironzolano, qualcuno che cerca qualcosa di perso sotto il tavolo, qualcun altro che tiene banco, tanti calzini regalati e qualcuno che li usa come fascia per capelli, una sedia diversa dall'altra,  baratti e scambi durante la nostra versione astratta della tombola.

 

 

 

 

 

... le più piccole che piazzano due sedie di fronte alla porta d'ingresso, lo aspettano e mi ricordano il mio vecchio sguardo, che poi tanto diverso da quello che ho oggi non è.
C'è sempre qualcosa di magico nella nostra Vigilia di Natale. 

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