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Barcellona

si parte. punto.

"La prossima settimana devo andare per lavoro a Barcellona, vuoi venire con me?"

Non ci ho pensato su molto. 

Più che altro per riassaporare quella sensazione che regala una partenza, qualsiasi sia la destinazione.

Nessun progetto; nessun programma: la vita volente o nolente ti cambia.

Io che ho sempre vissuto ogni viaggio come una missione, che organizzavo nei dettagli ogni giornata per allontanare il rischio di delusioni, che imparavo a conoscere una città virtualmente prima di averci messo piede.

Mi sono ritrovata per forza di cose a rallentare, a smettere di correre, a tirare il freno a mano. L'energia non va sprecata così. 

Ritrovarmi a pensarla in modo diametralmente opposto rispetto a qualche anno fa sorprende anche me.

Si parte perché si parte. Punto. 

Cogliere il senso di una partenza, anche se il viaggio dura poco, è illuminante. Siamo fatti di questo: siamo valigie vuote da riempire di cose preziose, uniche. Un viaggio é  fatto di sensazioni, di atmosfere, di stanchezza, di sorprese, di paure, di fregature e di illusioni: e questo non può far parte del programma. 

E cosi ci siamo ritrovati a Barcellona: questa città in cui volano i pappagalli. In cui la gente parla ma sembra che canti.

Il mio sguardo diverso dalla prima volta in cui mi sono ritrovata tra le vie di questa città, si alzava per farsi sorprendere dal puzzle dei terrazzini disordinati, si intrufolava nelle finestre cercando la quotidianeità dei gesti, si rivolgeva alla luce che illuminava una piazza affollata. 

 

El Born quartiere in cui ci siamo entusiasmati per la leggerezza che ci ha travolti.

Prima sera, cerveza e tapas. Così per fingere di mescolarci a loro.  Mangiando del caprino caldo su peperoni rossi e dell' uovo con jamon serrano e patatas bravas sentivamo provenire dalla strada della musica: qualcuno ballava, 10 gradi maniche corte. Percussioni e risate. Noi due inebetiti dallo spettacolo: tutti gli altri divertiti ma di certo non sorpresi. 

Ecco qui sembra non ci sia niente che possa  sorprendere  i suoi abitanti. 

Tutto è leggero, nessun tabù: la pasticceria accanto al negozio di vibratori, la tipa che entra in metro canticchiando e si lascia andare a qualche passo di danza tra una fermata e l'altra, lo skate come mezzo di trasporto, i vicini di stanza che fanno l'amore e che a quanto pare vogliono che lo sappia tutto il palazzo. 

Il nostro viaggio di cui abbiamo amato: camminare per le stradine del Barri Gotic  senza la paura di perdersi. Sedersi al sole accanto a un cantante di strada e ritrovarci liberi e malinconici come lui, passeggiare per parc guell e scoprire che nei parchi di questa città sembra fare più caldo che altrove. 

Alle 10 e mezza la città ancora è intenta a risvegliarsi. Lenta e incurante dei minuti che passano. Al mare c'è chi combatte il freddo con sciarpa e cappello e chi lo affronta su una tavola da surf o correndo a petto nudo. ( Barceloneta )

Qui i bambini si possono divertire senza essere interrotti dalle urla delle madri che supplicano di coprirsi, possono giocare sporcandosi sulla sabbia e arrampicarsi senza paura. 
Noi abbiamo deciso di  andare all'acquario riscoprendoci curiosi come bimbi.

Il mare si sa: crea un certo appetito. A pranzo ci ha pensato Lui, portandomi alla famosa Xamapnieria dove l'impresa è stata conquistare l'attenzione dell'"oste" e far capire in uno spagnolo improvvisato  in mezzo a una ressa incalzante che:  "insomma  qui abbiamo fame, dammi quel che ti pare!". Il bello è che a far così si rischia poco. Ogni panino che ci vediamo passare sopra la testa diventava il mio preferito. Alla fine mi sono ritrovata in mano un paninazzo pieno di pimientos, queso, jamon e boh. Buono. Tanto che me ne è arrivato casualmente in mano un altro. Accompagnato da una copa de rosado, metà finita sul cappotto del tipo di fronte: ma credo che l'eventualità venga messa in preventivo da chiunque entri in questo posto.
La digestione impegnativa a port vell in riva al porto. 
Di nuovo a camminare tra i vicoli della città fino alla Catedral che ci ha incantati. 

Per cena ci siamo regalati un ristorantino meno spartano ma pur sempre eccentrico: mutandoni bianchi presenziavano appesi al soffitto. "Arume": gamberi in tempura di agrumi e polpo croccante su spuma di patate. Poi paella: tantissima paella e buonissima. E poi sì, il mojito di more, vogliamo parlarne? me ne sarei scolata molti di più di quello che la mia coscienza mi ha imposto di fare. Insomma meritevole. 

Non contenti ci siamo infilati in un localino che ci aveva ispirati la sera precedente: "Story". Il bello di Barcellona è che , evitando accuratamente le zone più turistiche, i locali con i cartelloni fotografici fuori o quelli, ancora peggiori, con le vivande piazzate all'entrata che dovrebbero invogliarti ad entrare, puoi lasciarti ispirare da un'insegna, dalla musica che senti, dai profumi e non sbagli di molto. Non sembra ci sia sempre la fregatura ad attenderti dietro l'angolo. 

O almeno, a me è sembrato così. 

Colazione. C'è da tenere conto che Barcellona se la prende comoda, se si è relativamente mattinieri, non sempre si ha la certezza  di trovare aperto  quel localino così dolce in cui la sera prima avevi pregustato la tua colazione. Magari aprirà più tardi, chi lo sa. Fatto sta che, cerca che ti ricerca, ci siamo ritrovati a fare una colazione ottima, anche se non proprio a buon mercato (Oriol Balanguer). E solo una volta a casa ho scoperto di aver mangiato in questo posto una specialità regionale: 

  • Xuixo / quicho – pasticcino farcito con crema pasticcera, fritto e spolverato di zucchero

ora mi spiego il peso specifico. 

Direzione Parc Guell.  Prontissimi: sciarpa, guanti, cappello.

15 scalini dopo: via tutto. Il sole picchiava che non dico sembrasse estate, ma primavera sì. Appuntamento mattutino con cantante di strada munito di chitarra Dobro ammaccata e arruginita: non vi dico gli occhi di Lui alla vista di quel catorcio.

Camminiamo lentamente, ci fermiamo in qualche panchina lontana dalla bolgia, scendiamo dei gradini tra gli alberi che non sappiamo dove portano, seguiamo la musica. Dio solo sa quanto avevo bisogno di girovagare senza meta. 

Sagrada familia: a vedere la parte più nuova, quella che piano piano sta crescendo in questi ultimi anni, così bella pulita e chiara, non mi sembra nemmeno di riconoscerla. Poi girandoci attorno ci si staglia davanti la facciata "originale": e la sensazione è diversa, più autentica. 

Una volta dentro è la luce che mi colpisce. A tratti morbida, a tratti vivace. La sensazione è quella di essere in una dimensione diversa, le colonne ricordano altissimi tronchi d'albero, le vetrate inondano la navata centrale e trasformano la luce del sole che intanto fuori tramonta. Se non fosse per tutta la gente che mi circonda partirei per un chimerico viaggio mentale. 
Ma niente, mi faccio sconcentrare da chi indica, si gira, ruota su se stesso, cammina con il naso in su, mi viene addosso, si fa selfie. 

E poi senza impegno a vedere casa Batlò e il suo speciale vestito di Natale. Serata di Tapas in un posticino all'apparenza ordinario, poi svelatosi decisamente in linea con le mie corde ( El Tapadillo). Pan y tomate, polpette di baccalà con spuma di miele, jamon serrano e mojito, perchè ormai  avevamo iniziato a prenderci gusto. 

Abbiamo tentato di dimenticarci da dove venivamo e diventare un po' più leggeri.

E Barcellona ci ha aiutato a farlo. 

Appunti di viaggio

Dove mangiare

  • Arume. Quartiere: El raval.  Ristorantino intimo, non turistico, che serve piatti curati e una Paella di pesce molto buona. Da provare i gamberi in tempura di agrumi  e il Mojito alle more. 
  • Bormuth. Quartiere El Born. Locale dove trovare Tapas come si deve: pimientos rojo escalibado con queso de cabra gratinado ( che più o meno sono dei peperoni senza buccia  con sopra del formaggio di capra gratinato); huevos estrallados con Jamon e patatas bravas. 
  • Sagardi. Quartiere El Born. Un catena, ma non sembra. Il banco ( la barra) è praticamente ricoperto di assaggi, tapas, crostini e polpette di qualità. Ti viene dato un piattino, ordini da bere. Tutto quel che mangi ha uno stuzzicadenti infilato, a fine serata vengono contati gli stuzzicadenti sul tuo piatto: e ti viene fatto il conto. Si fidano.
  • Oriol balanguer : cioccolateria / pasticceria. I prezzi sono un po' altini ma i croissant molto buoni. Colazione su sgabelli vintage con vista su una gigantografia del planisfero. 
  • Can Paixano (La Xampanyeria) :  Port vell. Ci si deve infilare in una ressa di gente affamata, per ordinare bisogna alzare la voce di qualche decibel ed essere svelti, molto svelti,  i panini passano di mano in mano, si esce certamente appagati ma affaticati. Esperienza in ogni modo memorabile che rifarei. 
  • Story : El Born. Localino per bere qualcosa dopo cena. Piccolino, raccolto e intimo. Buona musica. 
  • De Tapadillo: El Born. Ristorante di tapas. Da provare le polpette di baccalà con spuma di miele e il pan y tomate ( che qui è più buono che altrove)
  • Cup and Cake: è una catena, per un brunch o una colazione abbondante e abbastanza singolare. La presentazione dei piatti è insolita e tendente al kitsch. Ma divertente diciamo. Ce ne sono in giro per tutta Barcellona, noi siamo stati a Barceloneta.
  • Petit Pot Cafè Bistrot. Piazza Urquinaona. Trovato per caso girovagando sola per Barcellona: per un brunch, un pezzo di torta, una colazione o un pranzo. Wi fi gratuito. 

 

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