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 Diario di una viaggiatrice oziosa

Isola di Paros. Agosto.

Attendavamo da tempo questa quindicina di giorni. Un premio allo stoicismo per il tempo passato dall'ultima vacanza ad oggi; giorno di partenza. Direzione Grecia, più precisamente Paros. 
E la gente che ci chiede:  " Ma solo Paros? Solo solo Paros per quindici giorni?"

Risposta: Sì, sì e sì.

Bisogno di stasi. Di fermarmi, lontana da casa. Bisogno di un posto che ispira beatitudine. 
Dopo un inizio complicato, in cui il mio corpo si è preso la briga di rifiiutarsi di funzionare a dovere: quindi febbre in alta quota, tosse, mal di gola e chi più ne ha più ne metta, ci siamo concessi un lento e pacifico soggiorno balneare. 

GIORNO UNO - Arrivo a Mykonos. Ormai secondo me la febbre è a 40, mi rifiuto di farci caso. Girovaghiamo per Old Town incappando nell'ordine in: 

- vento, vento, ma tanto vento

- due oche bianche al porto

- un pellicano:  mi dicono attrazione turistica della città

- un'insalata di frutta ricoperta di yogurt greco, unica cosa che il mio stomaco è pronto ad accogliere

- bianco, bianco, azzurro. 

- gente vestita di nero. Mi chiedo se a Mykonos funzioni così: devi avere un'abbronzatura da paura, almeno un indumento nero, qualcosa di rifatto e un'aria da sbronzo ( tutto mi fa pensare che non ne abbiano solo l'aria)

- e, dulcis in fundo, una piazzetta ombreggiata e incredibilmente silenziosa, dove imitiamo un gatto rosso che si gode una pennica al fresco. 

In realtà se non fosse che di tutto un viaggio, i giorni che odio di più sono quello di arrivo e quello di partenza. Giorni in cui tutto deve coincidere, in cui irrimediabilmente i bagagli ti accompagnano ovunque: se non fosse per tutto questo, avrei apprezzato molto questa old town. Ne sono certa. 

Dopo un rischiossimo tentativo di perdere il traghetto per il paradiso terrestre, salpiamo per Paros. 
Ad accoglierci la santa donna da cui abbiamo noleggiato lo scooter e, poco dopo, Panos, il padrone di casa il quale carica i bagagli in una panda dal parabrezza rotto e inizia a parlare, parlare, parlare... Mentre il mio Lui dietro ci segue in scooter con quel caschetto di due taglie in più, sembra già essersi ambientato, io invece sono fusa: ho smesso di comprendere l'inglese di Panos, faccio solo sì e no con la testa sperando di azzeccare la risposta giusta. Una volta a "casa" Panos continua a raccontare, ci porta un caffè e io lo guardo fissa con un sorriso ebete. Conto sul mio Lui. 
La serata finisce con un'insalata e un letto, che nonostante tutto, mi appare il posto più felice in cui poter essere. 

GIORNO DUE - Sono una donna nuova. Nonostante il raffreddore e un accenno di tosse. Sono pronta a scegliere la spiaggia del giorno. Con fare esperto. esco fuori, lecco il dito e capto il vento. C'è poco da captare, se non sto attenta volo giù dal terrazzino. Maltemi. Ottimo, il famoso vento del nord che per una decina di giorni, rimarrà ad "allietare" le nostre vacanze. Quindi si punta a sud o a qualche spiaggia riparata. 
Destinazione scelta: Baia di Krios, Martselo Beach.
Parentesi culturale: Crio [dal greco krýos, freddo, gelo]. Primo elemento di vocaboli composti della terminologia scientifica, in cui significa “freddo, ghiaccio”.
Se tanto mi da tanto, l'acqua non sarà propriamente tiepida. 
E come volevasi dimostrare, il primo bagno è un'esperienza viscerale. Nel senso che  stomaco e intestino mi chiedono "Esci da qui! Pazza". Ma io non esco, mi abituo ed è bellissimo. 
Rientriamo a cavallo del nostro scooter su cui riscontro un grosso problema: non so dove mettere i piedi. Non sono proprio una cenerentola e la posizione dei miei piedi diventa un vero dilemma per il pilota a quanto pare: ho imparato a posizionarli adeguatamente solo il penultimo giorno. 
Arriviamo a casa giusto in tempo per sbirciare dalla terrazza un sole rosso che si posa sul mare. Per una cacciatrice di tramonti come me, questo è il massimo. 
La nostra stanza non è una stanza, è uno studio, così lo chiamano i greci. E' tremendamente accogliente:  un cucinotto, un divano e una stanzina da letto che assomiglia tanto a un nido. Son le cose che mi fanno apprezzare la mia maniacalità nella programmazione delle vacanze: stringo la mano a me stessa. 
Sentendomi un po' come a casa, esco spavalda dalla doccia. Poco dopo una voce da tenore chiama dall'alto "Giuliaaaa. Giuseppe". Guardo dritta davanti a me, per un secondo non mi rendo conto di essere impresentabile  e che Panos sta scendendo le scale con una piramide di fichi freschi da regalarci. Che, per carità, apprezzatissimi,  ma io attualmente  sono in una brutta situazione. Non vi sto a spiegare le peripezie per recupare le lenzuola dal letto e avvoltolarmici dentro. E' comunque finita per il meglio. 
Si cena in un paesino nell'entroterra di Paros, un paesino che scopriremo poi essere stupendo, ma solo in un secondo momento, quando la cena non ci assorbirà tutte le energie e l'entusiasmo per permetterci una passeggiatina post prandiale. 
Lefkes. Ristorante Arantò. Pieno zeppo di indigeni. Come piace a me. La fame e l'entusiasmo, come sempre, non ci rendono abbastanza lucidi per ordinare un quantitaivo di pietanze consono al fatto che siamo in due e non in otto. 
Ma fa niente, a tavola posso pure faticare un po'. Mangio come se non mangiassi da due mesi. 

GIORNO TRE - Immancabilemente si fa colazione con i fichi conqustati in versione "la mummia". Scelta la spiaggia, curati i nuovi sintomi emersi nella notte (un mal di gola che mi sarei fatta il bagno nella propoli), inforchiamo lo scooterino. E niente... mi punge un ape in corsa. Manco fossi Rambo, elimino l'ape, elimino il pungiglione, succhio, sputo ( in teoria si fa così), tra una maledizione e l'altra indicando un punto a caso con il ditone gonfio,  dico " Proseguiamo". Voglio la spiaggia. 
Approdiamo a Mikri Santa Maria, che amo da subito, appena ci metto piede. L'acqua è limpida, trasparentissima; la baia è raccolta e riparata. Dico a Lui "Ascolta"... " Questo è silenzio". E' durato poco il silenzio, però non mi sono disinnamorata della spiaggia. Stiamo qui fino a che la luce si fa arancione. Io faccio un'innumervole quantità di fotografie ai bambini che giocano sulla battigia. Forse ora, se Dio vuole, comincio a rilassarmi. 
Cenetta a Parikia, al ristorante Ephessus, famoso per i piedi quasi sull'acqua. I tavoli sono diposti in modo da cenare e ascoltare le onde che accarezzano la sabbia. Mangiamo agnello al forno e pollo all'arancia. Non sto a dirvi come il cameriere ci illustra a gesti  la freschezza dell'agnello.  

GIORNO QUATTRO - Faragas beach. Qui è l'esclusività  a far da padrona. La taverna alle spalle della spiaggia è alquanto chiccosa. Mi faccio invogliare da una tipa spiaggiata a riva con un bibitozzo rosa fluo. Delusione infinita nello scoprirlo a base di barbabietola. Ma c'è molto con cui viziarsi a Faragas beach. Conquistiamo due lettini all'ombra delle tamerici, leggiamo e guardiamo l'orizzonte. Il cielo è terso, si confonde all'orizzonte dove finisce il mare. 
Alle 6 del pomeriggio il livello relax è arrivato ad una quota che ci permette di fare armi, bagagli e un giretto per i vicoli di Parikia. Parikia in cui i turisti non mancano ma si percepisce che il paese non è totalmente dedicato a loro. Al bar incontriamo Panos, che "stranamente" chiacchiera come se non ci fosse un domani con degli amici evidentemente ammutoliti dal suo eloquio.
La ricerca di genuinità è quasi una missione per noi, paladini dell'autenticità. Ci infiliamo in vicoli bui in cui troviamo solo gattini spellacchiati, bouganville e disegni di soli e cuori sui ciotoli della via. A noi emoziona questo, e vi assicuro che non ci si perde. O perlomeno io non mi perdo, vado via dritta come un fuso e poi ritrovo sempre la retta via. 
A proposito di autentico e genuino, monumento alla pita gyros. Pita gyros che è essenzialmente un kebab travestito alla greca: innanzi tutto il pane è più sofficioso e quindi a me piace di più. Poi credo abbia pure il doppio delle calorie perchè, a differenza dei colleghi arabi, i greci la rimpinzano di maiale, e giusto perchè si possa non scordarla per i tre giorni a venire, è condita con cipolla cruda, salsa tzaziki ( yogurt e aglio). Ecco diciamo che però è buonissima ed è ciò che in Grecia salva sempre da attacchi di fame improvvisa.

GIORNO CINQUE - Bob Marley e una distanza vivibile tra un ombrellone e l'altro sono le due carte vincenti di Monastiri. Poco prima del Parco Naturale di Paros, inserita in una baia in cui tutti i bagnanti sembrano camminare sull'acqua perchè arriva al ginocchio fino a 100 m dalla riva.
Eleggiamo Monastiri come una delle nostre spiagge preferite. Il localino alla destra della spiaggia ci propone una playlist musicale convincente, ma sorpattutto bagni e docce. Sì, sembriamo due pensionati, ma il programma è quello di cuocersi al sole fin che duriamo e poi, dopo una sistemata che all'apparenza ci fa sembrare due divi se non fosse per la stoppa che mi ritrovo in testa, direttamente alla taverna Kolibrithes. 
Qui ci aspetta un seriosissimo proprietario, una vista meravigliosa sull'azzurro del mare e del manzo cucinato con mele e fichi. 
Giretto a Noussa: che è meravigliosamente affollata. Ma ha il suo fascino anche così. C'è poco da dire. Non so se esista da altre parti di Europa un concentrato così alto di porte e finestre da fotografare. Scatto come una forsennata. 

GIORNO SEI - Scelgo prima il costume della spiaggia. E' troppo l'entusiasmo per il mio costume da fashion blogger a temerarie righe orizzontali. Direzione Golden Beach. Una delle poche grandi spiagge di Paros in cui diventa quasi d'obbligo passeggiare un po'. Da considerare il numero di passi fatti nelle giornate precedenti: zero.
Il mare si muove un pochino, il wind surf qui va per la maggiore. Poco più avanti, dove la spiaggia finisce, gli scogli raccolgono l'acqua in una piscina color del cielo. Ci divertiamo a osservare una strana coppia: lei vestita da sposa hippie, con tanto di cappello di paglia legato al collo, finge di correre sulla battigia al rallentatore per rendere lo scatto credibile. 
Mangiamo il Dakos più abbondante di Paros alla taverna Armayllis: una specie di frisella ricoperta di pomodori, capperi e del formaggio di capra morbido tipico dell'Isola. Giuro che è buono. 
Non contenti, pensiamo che quello che ci manca è proprio un dolcetto: ci dirigiamo a Marpissa ( un piccolo villaggio), ci fermiamo nella pasticceria all'inizio del paese e io allestisco un set fotografico. Sono terribilmente attratta da degli anziani signori che giocano a Bagminton.
Nel frattempo ingeriamo una quantità spropositata di zuccheri: consiglio il dolce soffice al cioccolato ( si trova in tutte le pasticcere dell'isola). 
Chiudiamo la giornata a Lefkes, che scopriamo essere un paesino incantato. Qui vige i silenzio e il colore bianco: ma tutto è più reale che altrove. Incappiamo in uno squadrone di bambini intenti a giocare alla guerra con dei super liquidator: l'impegno e la serietà con cui giocano mi spaventa. 
Qualcun altro gioca al rasserenante nascondino. Dalla  piccola chiesa incastrata tra i vicoli la gente esce chiacchierando, idugiando su panchine improvvisate sotto file di bandierine che sventolano come fosse una festa. 

GIORNO SETTE - Oggi è il turno della mia spiaggia preferita. Agia Irini. 
Mi stupisce arrivarci, seguendo un canuto signore su un motorino scassato.
Mi stupisce la sua quiete e l'ombra delle tamerici sul bagnasciuga.
Mi stupisce la piccola chiesa che sembra lì appesa tra il mare e il cielo.
Mi stupisce il tramonto, che troviamo girando l'angolo, muovendo qualche passo sugli scogli e sedendoci lì, ad aspettarlo come fosse un evento, spartendoci le cuffiette dell'ipod.  

Consiglio per mangiare: evitate la taverna della spiaggia. Scegliete quella della spiaggia successiva ( Palm Beach) Taverna Laris.

Decidamo che la giornata deve chiudersi in bellezza, un po' come è iniziata. Si va ad Aliki, tra i polipi e gli sgombri essiccati al sole che tutti fotografano ( compresa io), ma che non sono proprio uno spettacolo se ci si sofferma per un attimo a ragionarci. Mangiamo pesce alla taverna Mouragio. Ancora mi sogno di notte le cozze saganaki. Non perchè indigeste, ma tanto buone da diventare indimenticabili. 

GIORNO OTTO - Kolymbithres Beach. Contro ogni opinione generale, non è un posto che apprezzo come gli altri a Paros. Tutti la eleggono come una delle più belle spiagge e io non sono d'accordo.
Niente colpo di fulmine, nonostante l'acqua meno gelida, ma comunque limpida. Nonostate le strane conformazioni rocciose.
Niente da fare, non mi ispira come le altre. Deve essere l'americana dell'ombrellone accanto che beve vodka direttamente da un anguria scavata, che si fa massaggiare da un ragazzo orientale con un olio che profuma di curry e che è fermamente convinta che tutta la spiaggia apprezzi la musica elettronica, visto che la ascolta a tutto volume da un aggeggio che si appoggia sulla panza.  Ci alziamo e andiamo a Noussa, che è proprio lì che ci guarda dall'altra parte della baia. 
Impavida mi scolo un mojito a stomaco vuoto. Errore. 
Però il tramonto sul porto, la barca verde acqua che mi galleggia davanti, un sacchetto di pop corn caldi serviti con una certa quantità di stile,  mi fa pensare che un mojito è ciò che ci vuole. 
Il resto della serata prende una piega che definirei allegra. Mangiamo in una taverna poco spostata dalla confusione del centro, si chiama Romantica,  ma romantica non è. E' spartana, serve carne alla griglia e mi salva la serata. 

Noussa

GIORNO NOVE - Ci si sposta ad Antiparos. Montiamo sul traghetto con scooter annesso. Salpiamo e tre minuti dopo attracchiamo dalla parte opposta.
Siamo ad Antiparos. Piccola, selvaggia e stilosa isoletta accoppiata a Paros. Il traghetto si prende a Pounta e costa pochissimo. 
La missione della giornata è la ricerca di Faneromeni Beach: missione che si rivela tutt'altro che semplice. Lo scooter negli sterrati grida aiuto, io pure. L'unico che sembra divertirsi è Lui: tornato quindicenne in sella all'agognato motorino che i suoi non hanno mai voluto comprargli. 
Alla fine dopo aver mangiato una buona quantità di polvere, essermi bruciata le spalle, e aver atteso sola,  nel timore di un abbandono attendendo Lui in ricognizione nei dintorni. Scoviamo Farenomeni. Ed è proprio un paradiso.
Mi rimarrà nel cuore questo posto perchè qui, mi ritrovo sola tra l'aridità della terra che ho sotto i piedi e l'immensità del mare che mi circonda.
Qui, con maschera e boccaglio, scovo pesci mimetizzati sul fondo del mare e mi convinco di essere la sola. 
Qui mi sento in vacanza, mi inginocchio dove l'acqua è bassa e sto ammollo fino a che non mi si lessano le dita delle mani. 
Qui passo 90 minuti in compagnia di una bimba di 4 anni e della sua amica Roca, un sasso: a lavarle i denti, a metterla a letto, a farle gli auguri di compleanno... sia ben chiaro, alla Roccia, mica alla bimba ( ciò  mi ricorda che, al di là di tutto, la mia professione è una vocazione e posso andare in capo al mondo, ma mi rimane legata addosso). 
Ne abbiamo abbastanza della poesia, o meglio, abbiamo bisogno di cibo e di un ombrellone. Paghiamo una quantità spropositata ( rispetto a come siamo abituati in Grecia) per i due lettini in riva al mare e due limonate. Siamo a Soros Beach. Il vento muove le onde e il bagno diventa divertente, soprattutto quando nel tentativo di fare foto da sirenetta a riva vengo investita dall'acqua e nello scatto assomiglio più alla sua collega Ursula. 
Torniamo a Paros e per cena scegliamo la tradizione. Taverna Paros a Parikia: mi consigliano delle polpette fatte da " La mia mama". Do' fiducia a questa "mama" e non me ne pento. Il ristorante è lontano dalle vie principali, e ci da'' la sensazione di essere nella sala da pranzo di una nonna con cui abbiamo una certa confidenza.

GIORNO DIECI - Ritorno ad Agia Irini, giusto per finire il quarto libro della vacanza. Nel pomeriggio ci aspetta Rofos, un signore tondo e pelato a comando della sua omonima barchetta. Partiamo per andare a tuffarci nelle "acque più blu di tutta l'isola". Prima tappa: Blue Lagoon. Una corrente che non vi dico. Io, che in acqua mi ci trovo piuttosto bene, sgambetto come una forsennata per non riuscire ad avanzare  più di un metro. Sembro su un tapis roulant ad acqua. Ma che acqua! Una tonalità a me fino ad ora sconosciuta. 
Dalla barca avvistiamo un angolino di costa isolato che potrebbe ospitarci il giorno successivo. 
Appuntamento con il tramonto a ParasPoros Beach, il vento non la risparmia quasi mai. Una birra fredda, i cavalloni che filtrano la luce del tramonto che scende a picco nel mare. Io credo che non ci siano poi tanti posti che diano questa sensazione.

GIORNO UNDICI - Nella strada di ritorno a casa c'è un campo, un campo di erba secca essenzialmente, in cui abitano quattro capre che mi conquistano dal primo giorno. 
Ogni mattina, e ogni sera al nostro ritorno, fermiamo il motorino per salutarle, è un rito. E io grido " Capre!" e loro con uno scatto arzillo alzano la testa dalla monotonia dell'erba secca e mi fissano per qualche secondo. Poi si riparte. Così tutti i giorni. Un rito: un rito che come dice la volpe del Piccolo Principe, fa un giorno diverso dagli altri giorni e un'ora diversa dalle altre ore.
Povere Capre. 
Un rito è anche qualcosa che fa sentire a casa, e io un po' a casa mi ci devo sentire per forza anche a chilometri di distanza, se no non sto bene. La confidenza comincio a prenderla quando il navigatore non serve più, quando al supermercato so dove trovare le scatole di tonno, quando la mattina mi sveglio e, nonostante gli occhi gonfi, preparo la colazione quasi come se il fornello fosse il mio e i gesti fossero gli stessi da sempre. 
Questo è il tema della giornata. Sta sera si mangia a casa, con pomodori del fruttivendolo con i banchetti verdi e il formaggio assaggiato nel negozietto all'angolo. 

GIORNO DODICI - Quel pezzetto di costa avvistato dalla barca di Rofos, non ce lo siamo dimenticati. Facciamo un tentativo e lo raggiungiamo a tentoni. E' solo nostro. O meglio non c'è nessuno tranne noi due. Diciamo che i sassi non sono comodi come un materasso in memory foam. Ma ci sentiamo adatti alla scomodità in questo pomeriggio di sole caldo. 
Davanti a noi: una piscina. Il colore è proprio quello delle piastrelle delle piscine. Entrare in acqua attraverso gli scogli è alquanto ostico per una che non conosce affatto la posizione del suo baricentro, ma nonostante le tempistiche per accedervi, qui faccio il bagno più bello di tutta la vacanza. 
Per cena scegliamo Alyki, è presto, ancora non c'è molta gente che intende cenare. Il ristorante ha lo stesso nome del paese che lo ospita. Scelgo il tavolo più vicino al mare. Mangiamo avvolti dalla luce rossastra del sole che scende. Chips di zucchine e un grande Orata da dividerci. 

GIORNO TREDICI - Fa capolino quel misto di inquietudie e trepidazione per il rientro. C'è casa nostra che ci aspetta, fosse finita qui tornerei gongolando. Ma non c'è solo lei ad attenderci. Tanto altro. 
Presi da questa strana frenesia ci fermiamo al primo bazar di oggetti dimenticati. Se gli ombrelloni avessero una data di scadenza, quello appena acquistato sarebbe scaduto. Fa niente, vogliamo tornare in quell'angolo scomodo di paradiso anche oggi e portarci un po' d'ombra appresso. 
Un caldo pazzesco, un caldo mai visto, e io sono sempre in acqua. Solo con i piedi, o immersa fino all'ultimo centimetro di me. L'acqua la devo sentire se no impazzisco di caldo. 
Nonostante le temperature e il sale anche dentro le orecchie. Continua a piacermi qui. Tanto. 
La sera non usciamo: due sedie, un tavolino e la ricerca delle costellazioni. 

Conquistiamo tre stelle cadenti a testa. 

GIORNO TREDICI - Ultimo giorno. La scelta della spiaggia vale il voto dell'intera vacanza. Mi lascio convincere da Lui. Oggi il vento ci risparmia: Parasporos. 
E sembra quasi un regalo. Perchè questa spiaggia di solito tormentata dalle onde, oggi è placida e pigra. 
C'è un gatto che cerca caviglie  su cui strusciarsi in riva al mare. 
C'è un mare che ci permette di giocare. 
C'è l'ombra delle tamerici che mi lascia finire le ultime pagine di un libro che parla di come si ama. 
C'è Lui, accanto a me. 

Queste ore di pienezza mi rendono più bella. A casa, poco prima di uscire sono raggiante. E di solito la bellezza oggettiva è direttamente proporzionale al vedersi belle. Tutte faccende teorizzate da me medesima. 
Fatto sta che sono pronta per il nostro ultimo tramonto. Sta volta a Parikia, davanti al porto, seduti nella terrazza di un locale sorseggiando un drink freddo. 

GIORNO QUATTORDICI - Odio. Voglio il teletrasporto, o una catapulta. Vorrei essere già a casa a far lavatrici. Invece ho davanti un traghetto per Mykonos in ritardo. Una giornata in cui trovare come impiegare il tempo assieme agli amici bagagli. Un probabile ritardo dell'aereo. 
E invece dai. Sono stata mal fidente. La passeggiata con bagagli è durata meno del previsto. Li parchiggiamo in un'agenzia di viaggi nel  centro a Mykonos: il personaggio che dovrebbe controllarceli è seduto a una scrivania su una sedia a forma di sedile da pilota di Rally. Fingo di non prendere in considerazione il rischio che sto correndo.
Poi ci dedichiamo alla ricerca di una Pyta Gyros: vogliamo portarci a casa il ricordo di una cosa che ci mancherà sopra le altre. 
Mykonos è davvero confusionaria ma bellissima. E' la luce che fa risaltare ogni cosa. A fine giornata ritroviamo la piazzetta del giorno di arrivo, ci si staglia davanti quasi neanche la stessimo cercando. E come è iniziata, facciamo finire la nostra vacanza: solo con qualche linea di febbre in meno. 
Avevamo bisogno di questo: di ombra e di sale; di programmi modificabili; di genuinità e leggerezza. 
Abbiamo trovato quello che cercavamo. 

INFORMAZIONI UTILI

Ristoranti
  • Ristorante Aranto. Lefkes 
  • Ristorante Ephessus. Parikia 
  • Hellas ( Pyta Gyros). Parikia 
  • Taverna Kolimbhirtes. Dietro l'omonima spiaggia 
  • Taverna Armaryllis. Golden Beach
  • Taverna Laris. Palm Beach
  • Ristorante Mouragio ( Di pesce). Alyki
  • Taverna Romantica. Noussa
  • Taverna Paros. Parikia 
  • Ristorante Alyki ( di pesce). Alyki
  • Enoteca Evino. Parikia
  • Ristorante Corallis ( di pesce). Parikia 
Consigli
  • Considerare sempre il vento. Ogni spiaggia cambia drasticamente a seconda delle condizioni del vento e delle correnti. Chiedere a qualcuno del posto la spiaggia migliore per evitare di mangiare sabbia. 
  • Armarsi di pazienza per gli spostamenti, il vento fa ritardare i traghetti e a volte anche l'aereo. Quindi per la Grecia prenoto sempre traghetti ad orari che discostino abbastanza dal volo di arrivo e da quello di partenza per non rischiare. 
  • Arrivare in spiaggia per le 10 permette di trovare lettini liberi anche in pieno agosot. La media del costo di due lettini e un ombrellone con servizio bar in spiaggia a Paros è circa 10/12 euro.
  • La cucina delle cicladi è povera e prevalentemente a base di carne. Il mare è poco pescoso, diffidate dai “pescioni” ( tipo tonno, spada , salmone ecc), nei villaggi di pescatori si può comunque trovare del buon pesce.

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